
D – Iniziamo con una domanda abbastanza insolita durante un’intervista. Se ti chiedessi cosa vorresti mangiare in questo momento, cosa sceglieresti?
A – Ma non è mica così insolita, anche mia mamma mi faceva mille domande e mi chiedeva sempre cosa volessi mangiare, il matriarcato sardo si è sempre contraddistinto per l’interesse al benessere nutrizionale della famiglia, è un fatto storico, documentato. Datemi un piatto di spaghetti alle seppie col nero delle succitate seppie. E una scorza di limone, grazie. Ah, e una bottiglia di Karmis.
D – Cosa è successo? Prima Sparra ora AKIRA500… chi ti conosce un po’ sa che la scelta del tuo nuovo nickname non è casuale, ci parli di questo cambiamento?
A – “Le parole sono importanti” diceva quello, figurati i nomi…
La metamorfosi è iniziata all’incirca nel 2014, ho fatto uscire le ultime tracce, partecipato agli ultimi concerti, da lì in poi ho tracciato una cesura e aperto le mie vedute sia musicali che sull’esistenza in generale (“del passaggio alla maggiore età”, come i CCCP). Asthra Gubba non esisteva più, il movimento a Sassari aveva perso quella spinta propulsiva del periodo Esse Esse War, la nuova wave stava prendendo piede e francamente non eravamo pronti. Con Senka scherziamo ancora su di un’ ipotetica canzone che vorremmo chiamare “Non gridano più il nostro nome”.
Quando andavo alle serate mi sentivo ormai fuori luogo. Ho continuato a scrivere e produrre, ma al di là dei testi mi sentivo musicalmente non all’altezza. Poi Rick Dope (ovvero Carne) è tornato da Londra, avevamo già fatto qualcosa assieme, compresi alcuni pezzi per il secondo disco, mai uscito, di Asthra Gubba: lui ha insistito molto affinché ricominciassimo a produrre. Ha iniziato a passarmi qualche beat, dopodiché gli ho dato una mano a tirare su l’NME Studio. Mi son ritrovato con una sala di registrazione di qualità e con delle produzioni di un certo livello, ma io non ero più lo stesso di prima, il mio vecchio nome non mi piaceva più né mi rappresentava, sai quando alcuni elementi di una band formano un gruppo nuovo? Ecco, gli elementi presenti dentro me hanno formato qualcosa di differente, qualcuno è uscito, qualcuno è entrato, da lì ho deciso di ribattezzarmi AKIRA500, moniker che connette le mie componenti nerd dell’infanzia.
D – Abbiamo avuto modo di notare, in questo periodo soprattutto, quanto la moda si sia radicata, e abbia preso sempre più spazio nel mondo della musica. Tu sei stato presente quando i primi marchi, anche Italiani, stavano iniziando a mettere le basi di questo rapporto nella penisola… quale è il tuo rapporto con il mondo dei vestiti e delle sneakers?
A – Alla fine dei Novanta attraverso le pubblicità delle riviste di settore come Aelle o Biz si iniziavano a conoscere i marchi di streetwear come Karl Kani, Pelle Pelle, Helly Hansen, Carhartt, talvolta compariva qualche rapper italiano che si prestava da modello – i Sottotono addirittura promuovevano sistematicamente il loro brand GOTTI. Non essendo propriamente ricchi, in città riuscivamo ad acquistare una tantum un jeans Bastard o un paio di Airwalk, come puoi notare riuscivamo a recuperare soprattutto le marche legate allo skateboarding.
Personalmente ho dismesso i baggy jeans piuttosto presto, abbracciando un look più british, mi diverte ritrovarmi davanti alcuni artisti che girano con le polo tight della Fred Perry quando io le indossavo 15 anni fa, non credo che ci fossero altri rappers in Italia che si conciassero come degli skin. In effetti ero un po’ una mosca bianca, l’unico coi pantaloni stretti, la giacca Harrington e la camicia a maniche corte dentro i pantaloni, figurati.
Allo stato attuale ho pure imparato ad abbinare i colori (ci ho messo una vita, perdonatemi), mi piace indossare jeans o chino skinny corti alla caviglia, per il torso prediligo più che altro camicie, meglio se floreali, non uso felpe sportive anche se potrei convertirmi a qualche tuta in acetato, sempre per il discorso degli anni Ottanta, sapete. Sul fronte sneakers, ultimamente ho abbandonato la fedeltà alle Vans per passare alle New Balance, sto iniziando ad apprezzare anche le scarpe più sportive, di questo passo fra un anno mi vedrete con le Yeezy.
D – Come avviene il processo creativo della tua musica e che differenze trovi tra il mondo della musica in cui hai vissuto e quello moderno?
A – Ci son dei momenti della giornata in cui mi viene in mente un concetto, una rima, una frase o una melodia e cerco di appuntarla il prima possibile, anche se una buona metà di esse scivola via nel flusso di coscienza e finisco per dimenticarla. Poi arriva Rick Dope che dal nulla mi manda un beat via Whatsapp, in genere azzeccandoci sempre, visto che sa fare praticamente di tutto. Metto i beats da parte e li tiro fuori quando sono nel mood giusto per il tipo di canzone che voglio impostarci sopra, li metto in loop ed inizio a parlare in grammelot, a canticchiare parole senza senso in piena libertà, per trovare le linee musicali e gli accenti migliori senza essere condizionato dal testo. Questa per me è stata una conquista, prima ero molto più focalizzato sulla struttura delle liriche, ragion per cui il mio flow era penalizzato: ora parto in prima istanza dalla musica, dopodiché ci incollo sopra le frasi come tessere di un mosaico, come colori dentro l’outline, non sento la necessità di fare un testo con un particolare contenuto, il temino, per intenderci. Mi rende più felice seguire un’atmosfera che cercare di arrivare ad un punto di arrivo, il viaggio è più importante della meta in sé, voglio sentirmi libero di far prendere alla canzone la direzione che mi pare, quando mi pare.
Questo procedimento l’ho interiorizzato ascoltando il tanto bistrattato mumble rap, il mio obiettivo è quello di coniugare la nuova wave con un’attitudine più adulta, non potrei fare diversamente, del resto. Io appartengo ad una generazione che si metteva molti più problemi su qualsiasi cosa, adesso è saltato il banco, si è persa una certa fedeltà ad alcuni dei canoni dell’hip hop, se vogliamo vederci il bicchiere mezzo pieno ci abbiamo guadagnato in creatività. Mentre prima si arrivava al top dopo una lunga gavetta, e si guardava ai veterani con una certa deferenza, ora vedi liceali che dopo sei mesi e otto canzoni sulle spalle (di cui due pubblicate) stanno già scalando le classifiche di Spotify. Rappers che sino a qualche anno fa avremmo considerato poco meno che scarsissimi compensano con dei linguaggi e degli stili di rottura, a me piace un sacco Yung Lean ad esempio, rappando non è cosa, ma la sua musica mi ispira.
Figurati se con tali riscontri di pubblico questi ragazzi si mettono pure a pensare cose del tipo “beh però dovrei prima farmi qualche live alla jam di paese per fare esperienza”, è tutta un’altra dimensione, per quanto l’aspetto live sia sempre di primaria importanza, ma in modo differente. Prima c’era un senso di appartenenza ad una comunità, si sentiva più forte l’aspetto culturale della faccenda, ma stavamo pure a puntarci il dito l’un l’altro per cazzate incredibili, credo che adesso i ragazzi vadano alle serate per divertirsi e non per fare le pulci agli altri b-boys stando a 60 metri dal palco con le braccia conserte e la faccia di merda. Voglio dire, ora c’è l’emo-trap, se me lo avessero detto dieci anni fa avrei risposto “Seh, e la Lega Nord al 30% dei voti in Italia”. Con la differenza che nell’emo-trap trovo un’utilità e un senso, nella Lega non ce li troverò mai.
D – Oltre che a diverse cassettine e cd autoprodotti sei stato anche un personaggio fondamentale per il freestyle, a Sassari e non solo, hai un ricordo in particolare che vuoi condividere con noi e a cui ti piace pensare?
A – Ma sai, io dentro di me ho sempre odiato questo accostamento binario al freestyle, “ecco Sparra che ora fa freestyle”, tipo Bart Simpson in quella puntata in cui diventa il “Ragazzo-non-sono-stato-io” (meme ante litteram).
Ad una certa mi è salito il rigetto, come se il mio percorso artistico alla fine si riducesse più che altro ad improvvisare le rime sulla mamma alla fine del live.
Amavo invece fare freestyle per sfidare le mie capacità, in modo propositivo, meglio della Settimana Enigmistica. Ogni tanto mi piace ricordare la serata che abbiamo organizzato alla fine del 2010 per presentare il primo volume di Esse Esse War a Sassari, è venuta tantissima gente, ragazzi che hanno pagato un biglietto solo per sentire gli esponenti della scena locale. Per chiudere il concerto ci siamo tutti ritrovati sul palco a performare l’Anthem, eravamo tipo in venti con tre microfoni che si passavano di mano, avevamo i turni che manco in fabbrica. Mi sono pure commosso, da qualche parte ci dovrebbe essere una foto che lo testimonia.
A Sassari adesso ci sono un sacco di ragazzi che stanno riproponendo l’unità nella scena producendo musica e organizzando eventi, collaborando e spingendosi a vicenda, portando avanti progetti chiari con un’attitudine professionale, spero che possano portare la nostra città in alto.
Saluta a tuo modo i lettori di DirtyQuestions
A – Per la serie “fate come dico, non fate come faccio”: non guardate mai quello che fanno gli altri e soprattutto quello che hanno gli altri, pensando che siano meglio o abbiano di più rispetto a voi, è la strada più semplice per uscirci pazzi.
Cercate AKIRA500 su Spotify, Instagram, dove vi pare, da qui in poi usciranno le robe ad intervalli più o meno regolari. Se poi la mia musica vi piglia a culo, contattatemi in privato così da consigliarvi qualcosa di sicuramente più figo, anche un libro, sono bravissimo nel consigliare libri. Miao.
